Quando la moda (non) è virale

Le nostre abitudini e il loro cambiamento in tempi di difficoltà

In questi giorni è quasi impossibile sfuggire alla pioggia di informazioni riguardanti l’emergenza sanitaria correlata al diffondersi del CO-VID 19.

Per quanto questa tematica possa sembrare lontana dalla moda etica e sostenibile, non possiamo fare a meno di interrogarci sui risvolti (non quelli dei pantaloni) di questa situazione.

La propositività che ha risvegliato la popolazione in quarantena – in questo momento dedita a riscoprire attività praticabili a casa – ci porta a soppesare i pro e i contro dell’isolamento. 

La chiusura forzata degli esercizi commerciali porterà con sé innegabilmente grosse difficoltà economiche; in tempi di crisi le opzioni sono due: piangersi addosso o dare una svolta e avviare dei cambiamenti. 

Come riporta Il Sole 24 Ore, la proliferazione del coronavirus sta mettendo sotto pressione la filiera della moda italiana, non solo per l’edizione sottotono della Fashion Week. Il settore manifatturiero chiudeva il 2019 con un valore di 90 miliardi di euro (in rialzo dello 0.8%), di cui 71.5 fondati sull’export. La Camera della moda, all’inizio di febbraio 2020, ha proiettato perdite pari all’1.8%, ma la crisi italiana era ancora in fase in incubazione.

In questo momento i consumatori sono pressoché costretti ad acquistare lo stresso necessario, e se da una parte questa situazione comporta gravi perdite per il commercio di altri beni, dall’altra ci mette di fronte a domande sulle nostre abitudini di consumo e sui nostri bisogni. 

Prendiamo ad esempio la frequenza di acquisto: quante volte una passeggiata nel centro cittadino diventa il pretesto per comprare un vestito visto in vetrina?

Come ci sentiamo ora senza la possibilità di poter assecondare questa nostra abitudine? Sicuramente non bene: la passeggiata è piacevole. Ma rinunciare a quell’acquisto impulsivo è forse meno sgradevole del previsto.

Dal lato di chi pratica la vendita i dubbi saranno sicuramente più profondi e difficili da affrontare. I temi su cui è necessario impostare nuove strategie riguardano lo smaltimento dei prodotti invenduti e l’approvvigionamento futuro, oltre alle modalità di acquisto – specie per quanto riguarda la grande distribuzione. 

In un mondo che trova normale avere a disposizione decine di collezioni all’anno, siamo costretti, in questo particolare momento, a rallentare e a rinunciare. 

Rinunciamo alla moda “virale” – difficile resistere a questo aggettivo – dei Nutella Biscuits, delle felpe logate e delle sneakers bianche da sfoggiare con la bella stagione.

Se da un lato questa costrizione pesa sulla nostra forza di volontà, dall’altro è un buon allenamento che ci permette di diventare più consapevoli rispetto a quello che davvero ci è necessario.

Il problema su come impiegare il tempo a casa è ormai stato totalmente schiacciato da un’infinta serie di articoli e liste di attività casalinghe, dalle maratone di film all’esercizio fisico. Una delle opzioni più in voga sembra essere il famoso “decluttering” degli armadi – in altre parole il riordino votato all’eliminazione dei capi inutili o rovinati. 

Questa pratica è un ottimo strumento, e come tale deve essere accompagnato dalle corrette istruzioni: il decluttering va inteso come occasione per donare o trovare una migliore destinazione ai capi che ormai siamo sicuri di non indossare. Non è invece efficiente se applicato troppo alla lettera, ovvero buttando nel bidone tutto quello che a pelle non ci piace più. 

A questo proposito è utile cominciare a formare una conoscenza base del proprio armadio e dei possibili abbinamenti. 

Una prospettiva molto interessante è quella fornita da Cecilia Cottafavi, consulente vintage e fondatrice di Maertens: sulla sua pagina Instagram, Cecilia diffonde consigli e strategie per conoscere meglio il proprio armadio. Nei video più recenti, inoltre, ha lanciato la sfida ai suoi followers in quarantena per invogliarli a condividere nelle stories foto e video dei propri capi vintage preferiti. In questo modo, creando una “community di armadi”, si affina la capacità personale di organizzarsi il guardaroba. 

Sul fronte opposto a queste idee creative e stimolanti, la noia dell’isolamento forzato rischia di spingere un maggior numero di persone allo shopping online. La passeggiata con acquisto impulsivo in negozio può facilmente trovare una corrispondenza casalinga e digitale: il pericolo è quello di riempire il carrello in maniera ancora più incontrollata e randomica. 

Quel che è peggio è che la parte esperienziale dello shopping, già normalmente repressa nella versione online, manca in questo caso il bersaglio di risollevarci l’umore. Le spedizioni in questo periodo di isolamento incorrono infatti in disguidi e rallentamenti: se un rinnovato senso civico non è sufficiente ad impedirci di esigere consegne non indispensabili, forse lo sarà la prospettiva di non ricevere del tutto l’oggetto in questione.

In conclusione, questo periodo di rallentamento forzato porta con sé parecchio potenziale: che si tratti di riordinare l’armadio o le proprie abitudini di acquisto, l’importante è fermarsi un momento, osservare il quadro generale ed agire nel particolare su quello che può essere migliorato. 

Andrea Solenghi
La costante esposizione con l’industria della moda e del lusso mi ha portato pormi molte domande sulle scelte dei brand. La mia collaborazione con Dress the change vuole portare alla luce tematiche di sostenibilità dal punto di vista degli “addetti ai lavori”.

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