The Leather Issue: possiamo veramente parlare di sostituti della pelle? (P/2)

Riguardo ai materiali sostitutivi della pelle, è necessario fare una distinzione tra ecopelle, similpelle e pelle rigenerata.

Per ecopelle si intende un pellame conciato con tecniche eco-sostenibili, come si è visto nel caso della concia vegetale.

Per pelle rigenerata si intende invece l’impasto di scarti successivamente conciato come se fosse un foglio di vera pelle.

Anche in questo caso l’impatto ambientale è delegato alla scelta in fase di concia.

Ricoprire la pelle rigenerata con uno strato di PVC non costituisce ovviamente una scelta sostenibile, eppure permette ai produttori di usare la dicitura “vera pelle”.

Tra le similpelli troviamo, soprattutto nei capi fast fashion, surrogati a base di poliuretano e PVC. Si tratta di tessuti imbevuti in un polimero spugnoso dalla consistenza simile alla pelle. Questo materiale ha imperato per decenni nel mercato della moda. Tutt’ora è molto presente in quanto economico; talvolta viene definito addirittura “vegan” o “cruelty free”.

Curioso come strategie di marketing possano rendere virtuoso un materiale così inquinante e difficile da smaltire: il tessuto di base non è più differenziabile una volta immerso nel polimero che lo ricoprirà.

Recentemente sono state condotte numerose ricerche per lo sviluppo di materiali sostitutivi alla pelle derivanti da scarti del settore alimentare. Molti esempi sono presenti sul sito di PETA nella guida alle “pelli vegane”.

É il caso della Wine Leather, ottenuta dagli scarti del mosto di vino prodotto in Italia.

Tra le opzioni si trovano anche Piñatex, derivato dalle foglie di ananas coltivato in community farms nelle Filippine, e molti altri surrogati ottenuti dagli scarti di prodotti vegetali o alimentari (buccia di mela, foglie di Tek, funghi).

In tutte queste sperimentazioni il fulcro è l’utilizzo della fibra naturale, tipicamente cellulosa, come struttura base per l’impasto di un materiale compatto, ottenuto miscelando gli scarti con collanti biodegradabili, il più delle volte di amido di mais – la bioplastica di cui sono fatti i moderni piatti e bicchieri smaltibili nell’umido.

Per questi materiali, il cui approvvigionamento avviene senza sprechi presso le aziende agricole, si deve però valutare il metodo di smaltimento.

La loro natura organica fornisce una potenziale soluzione tramite la bio-degradazione. Tuttavia il materiale grezzo necessita in molti casi di additivi sintetici per la colorazione e l’impermeabilizzazione.

Piñatex, ad esempio, funziona in questo modo: l’impasto di foglie di ananas è biodegradabile, ma perde questa prerogativa per essere tinto e rifinito.
In realtà questo aspetto accomuna i surrogati a base di fibre vegetali con la vera pelle – anch’essa potenzialmente smaltibile in maniera organica, se non venissero utilizzati prodotti sintetici o inquinanti per la concia.

Sarebbe relativamente semplice se la biodegradabilità di un materiale fosse l’unico aspetto da prendere in considerazione: la pelle conciata con metodi metal-free (quindi al vegetale o “in bianco”) sarebbe la scelta più sicura, in quanto biodegradabile per circa l’80% del proprio volume.

Per quanto riguarda la durabilità di materiali surrogati, tali prodotti sono ancora relativamente giovani e non è stato possibile verificare il loro potenziale.

Tuttavia quello che può rassicurare è che la natura organica del composto consente di re-idratarsi tramite espedienti tradizionalmente utilizzati per la cura della pelle.

In questo modo, se l’oggetto viene utilizzato in maniera corretta, è facile garantire una buona durabilità del prodotto. Infine, la produzione di questi materiali consente di sostenere le aziende agricole tramite l’utilizzo responsabile di prodotti di scarto, generando un guadagno investibile in nuova ricerca.

Il consumatore è l’artefice di questa circolarità attraverso il proprio acquisto abituale – che non comporta però lo smaltimento difficoltoso a cui tendenzialmente si va incontro con prodotti tradizionali.

Una prova dell’innovatività di questi materiali è fornita da Womsh, brand di sneakers che ha lanciato un’intera linea in Apple Skin (similpelle prodotta dalle mele). Il costo di queste scarpe non è per niente lontano da quello di altre sneakers prodotte da marchi sportswear in questo momento molto in voga.

In conclusione, il problema della pelle va ben al di là del mero aspetto sostenibile legato alla produzione. Se la domanda è “Dobbiamo per forza usare la pelle?” la risposta è no, non dobbiamo per forza. Possiamo usare il tessuto, ma è scorretto fingere che il sughero o la tela cerata siano uguali alla pelle.
Lo sforzo più utile, dal lato dei consumatori, rimane quello di consumare di meno ed in maniera più responsabile.
Non si tratta di condurre una crociata con un bersaglio facile (ovvero i prodotti di origine animale), ma pensare in maniera strategica e verosimile a cosa si può fare per creare il minor danno possibile quanto si acquista o si consuma un capo di vestiario.

Andrea Solenghi
La costante esposizione con l’industria della moda e del lusso mi ha portato pormi molte domande sulle scelte dei brand. La mia collaborazione con Dress the change vuole portare alla luce tematiche di sostenibilità dal punto di vista degli “addetti ai lavori”.

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