due capi di abbigliamento stropicciati

Acquistare fast fashion di seconda mano è sostenibile?

Acquistare capi fast-fashion di seconda mano può dirsi una pratica sostenibile?

Ne avevamo parlato qualche tempo fa su Instagram, in risposta ad un articolo di Ethical Made Easy ed il post aveva coinvolto molte persone. Il tema, infatti, è molto caldo.

Si tratta di un argomento che va a coprire un’area grigia, ancora non ben definita e che lascia spazio a diverse interpretazioni. Per questo secondo me è necessario fare prima un passo indietro.

Perchè comprare vestiti di seconda mano?

È una scelta molto soggettiva, a dire la verità. Ci sono molte ragioni per cui acquistare second-hand, ma non tutte sono valide per ognuno di noi. Per semplificare, possiamo isolare alcune macro aree in cui ognuno può identificarsi:

La ricerca del pezzo unico

In un mondo in cui, quando le mode esplodono, le strade si riempiono di gente tutta vestita allo stesso modo, c’è chi si rifugia nei negozi di vintage o usato per scovare gemme uniche e differenziarsi dalla massa.

Lo stile

“La moda va e viene”, ed è vero: pensate ai pantaloni skinny a vita alta degli anni 80 che abbiamo portato fino ad un paio di stagioni fa e che hanno poi lasciato spazio a pantaloni palazzo e tagli larghi, più vicini agli anni 90. È un circolo. Ma, quando tornano, i trend vengono rivisitati e c’è a chi questo non piace e preferisce invece mantenere le vibes originali – inevitabile, quindi, un giro per mercatini (fisici o digitali). 

Il prezzo

Il second-hand è per sua stessa natura economico. Permette l’accesso a prodotti (capi o accessori) che altrimenti non ci potremmo permettere o per i quali riteniamo di non voler spendere più di un tot. Ricordiamo anche che c’è differenza tra vintage e second-hand. Il vintage è l’equivalente delle auto d’epoca, usate sì, ma a cui il tempo ha dato valore (anche monetario) perchè sono pezzi ormai introvabili. Il second hand è, invece, l’equivalente dell’auto usata, che ha avuto altri proprietari ma il cui design e la cui meccanica sono riconducibili all’era attuale e non ricadono quindi nei tempi “d’epoca”. I pezzi vintage avranno quindi un prezzo più alto dei pezzi second-hand, anche nella moda.

La sostenibilità

Tutti (e dico, tutti!) siamo parte del problema legato al consumo eccessivo nel mercato del fashion, con la miriade di conseguenze che seguono a ruota. Tuttavia, non possiamo tirarcene fuori in toto perché ehm, no – non possiamo andare in giro nudi. Una ricerca pubblicata a inizio 2020 su Thredup (che trovate qui tradotta da me con alcuni consigli aggiuntivi) conferma che la miglior soluzione per ridurre la nostra “impronta fashion” sul Pianeta e salvaguardarlo da eccessive emissioni è proprio quella di comprare abbigliamento di seconda mano.

Ma perchè comprare vestiti di seconda mano è sostenibile?

Comprare second-hand è una scelta sostenibile per due motivi: primo, perché non si alimenta la produzione, non si mette in circolo nulla di nuovo; secondo, perchè si allunga la vita di ciò che in circolo già c’è e che altrimenti finirebbe incenerito o spedito in regioni del Mondo che in una folle scala gerarchica stanno uno o più gradini sotto a noi (vedi Sud-Est asiatico o Africa). Se queste pratiche vi sembrano cose dell’altro mondo, lontanissime da voi ed incredibili (nel senso letterale del termine, cioè che non vi si crede) vi consiglio di guardare The True Cost movie, o altri documentari che parlano di questi temi.

Perchè si comprano capi fast fashion di seconda mano?

Chi decide di acquistare capi fast fashion nel mercato dell’usato indubbiamente non lo fa perché cerca pezzi unici, ma più probabilmente perché vede in ciò l’occasione di poter aggiungere al proprio guardaroba un capo che altrimenti non avrebbe acquistato perché troppo costoso.

Ricordiamo che quando parliamo di fast fashion parliamo sì di t-shirt a 5€ o meno, ma anche di abiti o capi spalla che arrivano a costare ben più di 100€ – prezzo che non si può considerare accessibile a tutti. 
Non solo, perché chi compra fast fashion di seconda mano può decidere di farlo anche per vocazione salvifica, cioè per salvare quei capi, rimetterli in circolo ed allungare la loro vita. Non sappiamo da dove arrivino i capi second-hand che acquistiamo, ma se pensiamo che una su tre giovani donne considera un capo “vecchio” dopo solo uno o due utilizzi, allora è lecito pensare che prendendosene carico si compia in realtà un’azione sostenibile perché si dona nuova vita ad un capo che è con tutta probabilità stato indossato molto (troppo) poco.
Inoltre, bisogna anche considerare che riciclare i tessuti di cui i capi del fast-fashion sono spesso fatti non è per nulla semplice – a volte impossibile con le tecnologie attuali. Quindi una volta in circolo, il fast fashion finisce incenerito o “buttato” come nel video di cui sopra – a meno che gli si dia una seconda chance. Ed ecco che ritorniamo alla finalità salvifica dell’acquisto second-hand.

Quindi comprare fast fashion di seconda mano è sostenibile?

A mio parere, sì. Ma bisogna prendere degli accorgimenti.

In primo luogo, come in ogni scelta che possa dirsi sostenibile, bisogna chiedersi se quel capo ci è veramente necessario e solo a risposta affermativa procedere all’acquisto, senza farsi tentare da un prezzo appetitoso.

Bisogna inoltre tener conto del tessuto di quel capo: non solo perché potremmo essere fisicamente sensibili ai tessuti artificiali o perché fibre come il poliestere sono poco adatte a determinate situazioni (non sono traspirabili, quindi favoriscono la sudorazione), ma anche perché dobbiamo essere pronti a prendercene cura come si deve. 

Avete mai sentito parlare di microplastiche? I tessuti usati per produrre la moda cheap e veloce sono perlopiù di origine plastica e ad ogni lavaggio le fibre di questi tessuti si sfaldano in parte, rilasciando piccole particelle plastiche che vanno poi a disperdersi nell’ambiente.

Si può evitare, ma (come dicevo) bisogna essere preparati: ad utilizzare un filtro da applicare direttamente alla lavatrice oppure in forma di Guppy Bag, a fare lavaggi brevi e a bassa temperatura, oppure a lavare a mano e in ogni caso non tanto di frequente come probabilmente siamo abituati a fare.

Non solo, dobbiamo anche essere pronti ad affrontare quel momento in cui la vita del capo cesserà perché rotto, usurato o perché non ci andrà più bene. Potremo rivenderlo? Con poca probabilità. Quindi che farne? Il pensiero va ai concetti di repair, refashion ed upcycling: sono sicura che con un po’ inventiva la vita di qualsiasi capo possa essere allungata ulteriormente – anche se in forma diversa.

Penso che il danno ormai sia fatto, c’è una montagna di fast fashion in circolo e non possiamo nasconderla sotto al tappeto come si fa con la polvere. Dobbiamo prenderne atto e prendercene carico, evitare che finisca smaltito in modi decisamente non sostenibili e attivarci affinché questo tipo di produzione veloce cessi di esistere e il mercato cambi lasciando spazio ad una moda slow, fatta di tessuti naturali e di diritti dei lavoratori rispettati. 

Denise Caggio
Sono Denise, lavoro nella (e per la) moda sostenibile. @pillolegreen è il luogo dove condivido news ed idee, è il diario su cui appunto consigli pratici per vivere una vita più sostenibile: serve da spunto per chiunque legga e da memo per me medesima.

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