Se andiamo a cercare sull’enciclopedia Treccani il termine “moda etica”, questa viene definita come  quel “Settore del sistema moda che si propone di dare impulso allo sviluppo sociale e alla sostenibilità ambientale, nel rispetto dei diritti e delle condizioni di lavoro della manodopera impiegata”.

Può sembrare peculiare descrivere la moda come una questione sociale, ma i dati relativi all’impatto ambientale ed umano di questa industria sono più che idonei a qualificarla in tale modo. 

Recita una delle campagne di impatto del movimento internazionale Fashion Revolution “Fast Fashion isn’t free. Someone, somewhere is paying”.

In pratica, se un capo di abbigliamento costa veramente poco, un perché ci sarà. L’industria della moda, infatti, oltre a essere la seconda industria più inquinante al mondo, dopo quella petrolifera, ha dei costi umani insostenibili.

L’impatto ambientale della filiera della moda è legato al consumo di energia, di acqua, di suolo, di risorse non rinnovabili, all’impiego di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi, alle emissioni in atmosfera di gas e agli scarichi nelle acque, alla produzione di rifiuti tossici e all’immissione nell’ambiente di prodotti inquinanti, allo smaltimento degli abiti (avviati in discarica o inceneriti).

L’impatto sociale è caratterizzato, invece, da abusi sul lavoro, retribuzioni troppo basse, orari di lavoro eccessivi, straordinari forzati e mancanza di sicurezza sui posti di lavoro.

Il termine “moda etica” è iniziato a circolare fra i più a seguito della tragedia di Rana Plaza, in cui il 24 aprile del 2013 crollò a Dacca una palazzina di otto piani dove erano collocate 5 diverse fabbriche tessili di abbigliamento per marchi internazionali. Nel crollo dell’edificio morirono 1.129 persone e ne rimasero ferite più di 2.500. Solo a seguito di questa terribile tragedia il mondo ha iniziato a rendersi conto delle conseguenze umane del frenetico mercato della moda.

I dati dell’industria tessile al momento sono allarmanti.

Dalle indagini condotte dal movimento internazionale Fashion Revolution emerge come in Guandong, in Cina, le giovani donne facciano fino a 150 ore mensili di straordinari. Il 60% di loro non ha un contratto ed il 90% non ha accesso alla previdenza sociale. In Bangladesh i lavoratori che realizzano indumenti guadagnano 44 dollari al mese (a fronte di un salario minimo pari a 109 dollari).

Ancora, sempre Fashion Revolution ha stimato nel corso di un’indagine condotta su 91 marchi di abiti che solo il 12% di questi abbia intrapreso azioni dirette a garantire un salario minimo legale per i propri lavoratori.

ll Bangladesh Child Right Forum stima che siano 7,4 milioni i bambini bangladesi costretti a lavorare fin da piccoli per contribuire al mantenimento delle proprie famigliedivenendo vittime di abusi e torture nel 17 % dei casi.


Sono nati, così, negli anni progetti diretti a promuovere lo sviluppo di comunità locali nel terzo mondo con il proposito di dare autonomia lavorativa alle comunità locali; progetti di impresa in cui l’intero ciclo di produzione è realizzato rispettando i diritti dei lavoratori coinvolti; imprese dirette a raggiungere una riduzione, riuso e riciclo delle risorse nell’intera filiera ed imprese che utilizzano fibre biologiche e biodegradabili o tinture naturali.

Elemento caratterizzante l’impresa di moda etica è la trasparenza. Solo attraverso una filiera di produzione trasparente è possibile monitorare che non avvengano abusi umani ed ambientali.

I capi di abbigliamento realizzati in modo etico hanno, per loro stessa natura, dei costi più elevati rispetto ai prodotti della fast fashion, che hanno oramai falsato il mercato dell’abbigliamento imponendo una corsa spregiudicata al ribasso dei prezzi.


Un capo di abbigliamento realizzato da un lavoratore che riceve un salario minimo, che lavora in condizioni di sicurezza e con un contratto di lavoro, da un’impresa che osserva le normative ambientali e preserva l’ecosistema ha dei costi vivi da mantenere che non possono essere abbattuti.


Se sempre più consumatori iniziassero a richiedere capi di abbigliamento realizzati attraverso processi produttivi equi e dal basso impatto ambientale, sempre più imprese inizieranno ad indirizzare le loro scelte di mercato in queste direzioni.


La forza decisiva per costruire dal basso un benessere equo e sostenibile sarà il “voto col portafoglio”. Ovvero la sempre maggiore consapevolezza dei cittadini che le loro scelte di consumo e risparmio sono la principale urna elettorale che hanno a disposizione”. 

Questa tesi del professor Leonardo Becchetti è pienamente condivisa da Dress the Change, che con il lavoro di informazione e individuazione delle realtà meritevoli vuole accompagnare il consumatore verso una scelta di abiti ‘etici’.