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Vestiti nuovi e sostanze chimiche: perché lavarli sempre prima di indossarli

Quel profumo di “nuovo” che sentiamo aprendo un pacco appena consegnato non è sinonimo di pulizia — è spesso l’ultima traccia di un lungo viaggio industriale fatto di coloranti, resine e agenti di finissaggio. Ne abbiamo parlato con Lucia Cuffaro per Il Fatto Quotidiano, insieme a Pierluca Urbinati (detergenza ecologica) e Claudia Esposito (sostenibilità tessile), spiegando perché il gesto più semplice — lavare un capo prima di indossarlo — resta uno degli strumenti più efficaci che abbiamo a disposizione, e perché il problema non riguarda una singola sostanza ma il modello stesso della fast fashion.

Ringraziamo Lucia Cuffaro e Il Fatto Quotidiano per averci ospitato e per averci concesso la pubblicazione integrale dell’articolo, che potete leggere anche in originale qui.

Di Lucia Cuffaro

Entrare in un negozio, scegliere un capo che ci piace, togliere l’etichetta e indossarlo subito. Quante volte lo facciamo? Quel profumo caratteristico dei vestiti nuovi trasmette una sensazione di freschezza e pulizia che ci fa pensare che il capo sia pronto per essere portato.

In realtà può accadere il contrario. Nei processi produttivi tessili possono essere impiegati diversi composti chimici, tra cui resine, coloranti, formaldeide, agenti antimicrobici e altre sostanze funzionali o estetiche, e poiché un indumento attraversa un lungo percorso che va dalla produzione al trattamento, dal confezionamento allo stoccaggio, fino al trasporto e alla vendita, una parte di questi residui può rimanere sulle fibre e contribuire, in alcuni casi, a irritazioni cutanee, arrossamenti, prurito o reazioni allergiche da contatto.

Ma non si tratta solo dei vestiti acquistati nei negozi. Sui social questo gesto è diventato un trend: video di “unboxing”, contenuti molto popolari sui social in cui si aprono davanti alla telecamera pacchi appena ricevuti, mostrando capi d’abbigliamento ancora confezionati e con le etichette attaccate. Spesso, nel giro di pochi secondi, gli indumenti vengono provati e indossati immediatamente, senza alcun lavaggio preliminare.

Una pratica sempre più diffusa, soprattutto tra ragazze e ragazzi, ma non esclusiva delle generazioni più giovani, che nasce dall’estetica del momento, dalla gratificazione immediata, dal piacere di sentirsi già dentro il nuovo acquisto.

Il fenomeno riguarda anche una categoria di indumenti per la quale il primo lavaggio dovrebbe essere considerato fondamentale: la biancheria intima e tutti i capi che restano a stretto contatto con la pelle. Top sportivi, leggings, costumi da bagno, slip, reggiseni, body e canottiere aderenti possono rimanere per molte ore a contatto con le zone più sensibili del corpo.

Per Cecilia Frajoli Gualdi, fondatrice di Dress the Change, docente universitaria ed esperta in moda etica e sostenibile, “la lunghezza della filiera di produzione fa sì che spesso non sappiamo con quali sostanze vengano lavorati i capi che indossiamo. Così, sostanze classificate come pericolose possono essere presenti nei capi entro i limiti consentiti dalla normativa europea. È il caso, ad esempio, della formaldeide: il regolamento REACH ne fissa un limite nei tessili (75 mg/kg), anche in considerazione del fatto che la sostanza è classificata nell’Unione europea come cancerogena (Carc. 1B) e sospettata di mutagenicità (Muta. 2), eppure viene ancora oggi utilizzata in alcune fasi della lavorazione per conferire proprietà antipiega e mantenere i capi in ordine sullo scaffale”.

Secondo Frajoli Gualdi, però, il problema non riguarda soltanto la formaldeide, ma è strettamente legato al modello produttivo del fast fashion. Le normative europee restano tra le più severe al mondo, ma proteggono fino a un certo punto: non possono certificare ciò che accade in ogni singolo passaggio produttivo, soprattutto quando la filiera è frammentata tra decine di fornitori distribuiti in Paesi dove i controlli sulle sostanze chimiche possono essere meno rigorosi.

“È proprio la logica del fast fashion, produzione rapidissima, costi compressi e ricambio continuo delle collezioni, a rendere estremamente complessa la tracciabilità dei processi di tintura, del fissaggio dei colori, dei trattamenti antimicrobici e dei vari finissaggi che un capo subisce prima di arrivare in negozio”, osserva l’esperta.

Per questo, conclude Frajoli Gualdi, “lavare sempre i capi nuovi, possibilmente più di una volta, soprattutto per chi ha la pelle sensibile o è soggetto ad allergie da contatto, resta il gesto più semplice ed efficace che abbiamo a disposizione. Non risolve il problema a monte, ma può contribuire a ridurre l’esposizione ai residui di lavorazione. E ci ricorda, ancora una volta, che dietro ogni capo, soprattutto quelli a basso costo e ad altissima rotazione, c’è una storia lunga e spesso opaca, che vale la pena conoscere prima di indossarlo”.

Il tema riguarda sia i tessuti sintetici sia quelli naturali che biologici. Anche il cotone, il lino o altre fibre vegetali possono essere stati sottoposti a trattamenti industriali, tinture e finissaggi prima di arrivare sugli scaffali.

Nello studio scientifico “Early-Life Exposure to Formaldehyde through Clothing”, pubblicato sulla rivista internazionale Toxics, gli autori evidenziano che il lavaggio dei capi prima del primo utilizzo rappresenta una pratica semplice ed efficace per ridurre la presenza di formaldeide (considerata irritante per la pelle e le vie respiratorie e potenzialmente sensibilizzante in caso di esposizioni ripetute) e di altri additivi tessili, contribuendo così a diminuire l’esposizione attraverso il contatto con la pelle. In particolare, le analisi mostrano una forte riduzione dei residui dopo il lavaggio nei campioni trattati.

Per il primo lavaggio dei capi nuovi è consigliabile utilizzare un buon detersivo ecologico, scegliendo il trattamento più adatto in base al tipo di tessuto.

Pierluca Urbinati, imprenditore e produttore esperto di detergenza ecologica, suggerisce un’accortezza particolare per alcuni indumenti: “Quando i capi provengono da filiere molto lunghe, spesso dall’Oriente, oppure si tratta di tessuti sintetici dai colori particolarmente vivaci, di fibre delicate come lana e seta o di tessuti tinti con coloranti vegetali, meglio effettuare un primo lavaggio con un detersivo liquido e completare il risciacquo con una soluzione di acido citrico al 15%. Per prepararla basta sciogliere 150 grammi di acido citrico in un litro d’acqua e utilizzarne circa 100 ml nella vaschetta dell’ammorbidente. Questo semplice passaggio può essere particolarmente utile per i capi colorati: alcuni coloranti tendono infatti a stabilizzarsi meglio in ambiente acido e un primo risciacquo di questo tipo può aiutare a preservarne la brillantezza”.

Per tutti gli altri tessuti si può aggiungere al detersivo un additivo biodegradabile ed efficace come il percarbonato di sodio. A contatto con l’acqua calda, questa sostanza libera ossigeno attivo, svolgendo un’azione igienizzante e smacchiante. La dose consigliata è di circa un cucchiaio, pari a 10–15 grammi, da inserire nel cestello tramite pallina dosatrice oppure nella vaschetta del detersivo insieme al lavaggio. La sua efficacia si attiva soprattutto a partire dai 40 °C.

Queste semplici attenzioni possono aiutare a ridurre parte dei residui derivanti dalle lavorazioni industriali, dai trattamenti di finissaggio e dai lunghi percorsi che accompagnano un indumento dalla fabbrica fino al nostro armadio, rendendo il primo utilizzo più consapevole.

A questo proposito, Claudia Esposito, divulgatrice sul tema della sostenibilità tessile e del consumo consapevole, richiama l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: il valore del second hand. Spiega: “I vestiti usati, soprattutto quelli realizzati in fibre naturali come cotone, lino e canapa, hanno già subito numerosi lavaggi che contribuiscono a eliminare gran parte delle sostanze impiegate durante la produzione. Oltre a ridurre l’impatto ambientale, possono quindi risultare più neutri dal punto di vista chimico. Naturalmente il problema non riguarda soltanto la nostra pelle. Ogni anno l’industria della moda utilizza enormi quantità di sostanze chimiche, acqua ed energia. Acquistare meno, scegliere meglio, preferire materiali durevoli e valorizzare il riuso significa contribuire a un modello più sostenibile e circolare. La moda veloce non ha soltanto un costo economico. Ha un costo ambientale che spesso rimane invisibile dietro una maglietta a pochi euro o un costume acquistato d’impulso per le vacanze”.

Alla fine, lavare un vestito nuovo prima di indossarlo richiede pochi minuti e un gesto in più. Dietro questa semplice abitudine si nasconde una scelta consapevole: prendersi cura della propria pelle, ridurre l’esposizione a sostanze indesiderate e guardare agli acquisti con un po’ più di attenzione.

Perché quel caratteristico odore di nuovo che tanto ci piace non è necessariamente sinonimo di pulizia. A volte è soltanto l’ultima traccia di un lungo viaggio industriale che vale la pena lasciare andare con un buon lavaggio.


Articolo originale pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 5 agosto 2026, a firma di Lucia Cuffaro. Riprodotto su gentile concessione dell’autrice.

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