In occasione della Fashion Revolution Week e del Mend in Public Day allo IED Firenze, la nostra presidente Cecilia Frajoli Gualdi ha raccontato a Corriere della Sera — Pianeta 2030 il valore del rammendo come pratica di cura, resistenza alla fast fashion e strumento di trasformazione culturale prima ancora che tecnica. Dal crollo del Rana Plaza alla trasparenza di filiera, dal Digital Product Passport al Kintsugi, l’intervista attraversa dieci anni di lavoro di Dress the Change per restituire valore al tempo, alla materia e a ciò che scegliamo di conservare.
Ringraziamo Corriere della Sera e Ginevra Barbetti per averci ospitato e per averci concesso la pubblicazione integrale del pezzo, che potete leggere anche in originale qui.
Educare alla riparazione cambia lo sguardo su materia e progetto, riportando al centro il valore delle cose nel tempo. Così il rammendo, col suo andare lento in risposta a chi sempre corre, è un linguaggio che riscrive la moda, una relazione tra oggetti e persone che allunga la vita dei capi, riduce l’impatto e ci rimette in equilibrio.

Ne abbiamo parlato con Cecilia Frajoli Gualdi – fondatrice di Dress the Change e docente allo IED Firenze nel corso di Textile Design. Eco-Threads: Materials and Circularity – in occasione della Fashion Revolution Week, nata nel 2013 dopo il crollo del Rana Plaza e oggi diffusa a livello globale. Tra gli appuntamenti, il Mend in Public Day porta il gesto del rammendo nello spazio pubblico: martedì 14 aprile, dalle 9.30 alle 13.30, lo IED Firenze apre laboratori, postazioni accessibili, lavori degli studenti e momenti pratici come le tote bag su cui esercitarsi. Un’azione condivisa che, come sottolinea la direttrice Benedetta Lenzi, significa «trasformare la sostenibilità in un’esperienza condivisa e dare valore a un’azione semplice ma profondamente radicale. Riparare vuol dire prendersi cura, ridurre gli sprechi e ripensare il nostro rapporto con la moda formando progettisti consapevoli e capaci di incidere davvero sul sistema».
Qual era l’urgenza iniziale dopo il crollo del Rana Plaza e cosa, oggi, non possiamo permetterci d’ignorare?
«Nel 2013 quasi nessun consumatore collegava la moda a questioni sociali. Il crollo del Rana Plaza — 1.138 vittime, definito dai sindacati un genocidio industriale — ha reso visibile ciò che stava dietro al basso costo degli abiti. Grazie al lavoro di organizzazioni internazionali, giornalisti e documentari, il sistema è emerso. Allora potevamo ancora dirci inconsapevoli: eravamo passati dal pagare un capo diversi giorni di salario al pagarlo meno di mezz’ora, senza chiederci perché. Oggi, dopo anni di inchieste e con tutti gli strumenti disponibili, non possiamo più ignorare che quel prezzo è il risultato di scelte precise: produzione in paesi a basso e medio reddito, diritti non garantiti, assenza di tutele ambientali. Sapere è diventato una responsabilità, e scegliere un atto politico».
La Fashion Revolution Week, in questi anni, si è trasformata?
«Gli obiettivi non sono cambiati, perché le condizioni che hanno portato al Rana Plaza sono ancora presenti. La pandemia lo ha mostrato chiaramente: molti brand hanno cancellato ordini già prodotti, scaricando i costi sui lavoratori e lasciando milioni di persone senza reddito. Oggi abbiamo più strumenti per informarci, ma anche più difficoltà a orientarci. Certificazioni, etichette e comunicazione si intrecciano con il greenwashing, che trasforma la sostenibilità in marketing. Per questo è fondamentale affidarsi a strumenti indipendenti come Fashion Checker, che aggrega dati su salari, filiera e impatti basati su fonti come Fashion Transparency Index, Clean Clothes Campaign, WageIndicator, Open Supply Hub e Wikirate. La differenza sta nella verificabilità: distinguere ciò che viene dichiarato da ciò che è documentato».
Si parla molto di trasparenza: cosa significa rendere la moda leggibile e tracciabile, e come si misura in modo concreto?
«Vuol dire rendere accessibili le informazioni su filiera, materiali, condizioni di lavoro e impatto ambientale: poter rispondere a domande semplici su chi ha prodotto un capo, dove e in quali condizioni. Tracciabile significa poter seguire ogni passaggio della filiera, dalla fibra al negozio, con dati verificabili da terzi. Il passaggio dalla promessa alla pratica si misura su tre elementi: dati pubblici e specifici, certificazioni indipendenti come GOTS, SA8000 o B Corp, e strumenti tecnologici come QR code, blockchain o Digital Product Passport, che diventeranno obbligatori in Europa dal 2027. La trasparenza è un’infrastruttura fatta di dati, standard e verifiche. La domanda resta sempre la stessa: posso verificarlo o devo fidarmi?».
A chi spetta il primo passo in ottica di etica e sostenibilità?
«Non esiste un unico responsabile: il cambiamento richiede un’azione simultanea di produttori, designer, consumatori e legislatori. Negli ultimi anni sono cresciute pratiche come eco-design, prevendite per evitare sovrapproduzione, second hand e upcycling, ma nello stesso tempo si è accelerato verso l’ultra fast fashion. Il maggiore interesse dei consumatori ha spinto molti marchi a comunicare sostenibilità senza tradurla in pratiche reali, attraverso il greenwashing. Per questo è necessario anche un intervento normativo: in Italia aumentano le sentenze contro la pubblicità ingannevole, ma serve anche sostenere chi lavora nel rispetto dei diritti e dell’ambiente. Il cambiamento resta frammentato finché tutti i livelli non si muovono insieme».
Quando “formalmente” si lavora su un tessuto, in realtà si sta lavorando anche sul rapporto con le cose?
«Rammendare significa riconoscere valore a un capo e costruire una relazione diversa con ciò che si possiede. Fino a pochi decenni fa gli abiti erano tra i beni più preziosi e venivano curati; con la fast fashion il rammendo ha perso valore ed è stato associato a uno stigma. Cucire in pubblico ribalta questo immaginario: rimette al centro un oggetto destinato allo scarto e rende visibile un gesto di cura. Si ricuce il tessuto, ma anche il legame con ciò che possediamo, con chi lo ha prodotto e con la responsabilità di farlo durare».
Riparare è già un atto concreto capace d’incidere sul sistema?
«Da un lato cambia il modo in cui guardiamo oggetti e consumo, dall’altro ha effetti concreti e misurabili. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, oltre metà dei capi fast fashion viene smaltita entro un anno; una riparazione può allungarne la vita di 1,3 anni e anche pochi mesi in più riducono l’impatto ambientale del 20–30%. A questo si aggiunge una dimensione personale: studi recenti mostrano benefici su salute mentale, senso di appartenenza, identità e soddisfazione. Riparare incide su ambiente, economia e benessere individuale».
Quanto può insegnarci il rammendo nel ridefinire il nostro immaginario del tempo?
«Quando diventa pubblico, assume una dimensione politica. Afferma che prendersi cura delle cose richiede tempo, e che questo tempo ha valore. Si oppone alla velocità della fast fashion con un tempo lento, stratificato, che non cancella il danno ma lo rende visibile. Ogni punto diventa memoria. Si avvicina a pratiche come il Kintsugi e il Wabi Sabi, dove l’imperfezione è parte del valore. In questo modo ridefinisce il nostro rapporto con la durata: riparare diventa una forma di resistenza e restituisce senso al tempo investito nelle cose».
Da dove si comincia a educare al recupero in una scuola?
«Dall’infanzia. I bambini apprendono attraverso le mani, e introdurre attività manuali costruisce una relazione con la materia e con la cura che resta nel tempo. In Finlandia questa pratica esiste da oltre 150 anni, e le scuole Waldorf la considerano centrale nel percorso educativo. Il problema oggi è la perdita di manualità: rieducare le mani significa rieducare lo sguardo, imparare a riconoscere il valore degli oggetti e a immaginarne una vita più lunga».
Che tipo di designer è quello che prima ancora di creare impara ad aggiustare?
«Nasce con uno sguardo diverso sulla materia, che viene incontrata come qualcosa che ha già una storia. Chi sa riparare conosce la fragilità degli oggetti e progetta tenendo conto anche della loro fine: riparazione, smontaggio, riuso. È il principio dell’eco-design interiorizzato come pratica. C’è anche una dimensione etica: imparare a riparare insegna il rispetto per il lavoro contenuto negli oggetti e rende il progetto più consapevole. Alcune scuole stanno già integrando queste pratiche nei loro percorsi formativi. Come nel caso del biennio in Textile Design – Eco-Threads: Materials and Circularity dello IED di Firenze, ideato e coordinato da Umberto Sannino».
Partendo da ago e filo, fino a dove può arrivare il cambiamento?
«Il rammendo oggi supera la dimensione tecnica e diventa pratica culturale ed espressiva. Il visible mending, diffuso dai primi anni 2010, affonda le radici in tradizioni e pratiche artistiche precedenti. Ciò che cambia è la consapevolezza: attraverso un gesto semplice si ridefiniscono i criteri di valore, ciò che consideriamo bello e ciò che scegliamo di conservare. Da un ago e un filo si arriva a immaginare una moda basata sulla durata e sulle storie, più che sulla sostituzione continua. Il rammendo diventa così un atto di fiducia nel futuro e nella cura».
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