Da diversi anni ormai molte aziende, moltissime nel campo della moda, hanno iniziato sempre di più a familiarizzare con l’acronimo RSI, Responsabilità Sociale d’Impresa, o con il suo equivalente inglese CSR, Corporate Social Responsibility.

Con questa espressione ci si riferisce a quell’insieme di studi, politiche, azioni interne ed esterne messe in atto, su base volontaria, dall’azienda stessa, con l’obiettivo di analizzare e migliorare le implicazioni di natura “etica” della propria strategia d’impresa.

Il fatto che tali iniziative siano di natura “volontaria” è di fondamentale importanza, perché aiuta a mettere subito in luce le potenzialità e i limiti del sistema.
Molte aziende infatti hanno preso sul serio questa sorta di impegno, arrivando a includere nel proprio organigramma uffici e dipartimenti dedicati, impiegando professionisti attenti e preparati, le cui analisi spesso si concentrano soprattutto sul tema dell’impatto ambientale, arrivando in alcuni casi anche a ideare soluzioni innovative volte all’eco-sostenibilità della catena di produzione.
 

Del resto però, il carattere volontario dell’RSI, oltre a rendere evidente l’attuale vuoto normativo sul tema (in ambito nazionale, ma anche e soprattutto a livello europeo), finisce in alcuni casi per creare confusione e approssimazione nei criteri e nei settori di applicazione, non senza una spesso arbitraria selezione degli ambiti di intervento.

Se infatti non v’è dubbio che uno dei pilatri della RSI sia costituito appunto dal tema dell’impatto ambientale della catena di produzione (dall’emissione di CO2 all’inquinamento delle acque, passando per l’utilizzo dei materiali di riciclo e la tutela delle specie animali protette), ci sono altre due componenti che non possono essere poste in secondo piano: la governance aziendale e il rispetto dei diritti umani.

 

Quest’ultima, soprattutto nel settore tessile trova applicazione in una serie di requisiti relativi principalmente al trattamento dei lavoratori, tra i quali si possono citare l’esclusione del lavoro minorile, il rispetto di orari di lavoro e di retribuzione dignitosa, la sicurezza e la salubrità dl posto di lavoro, la libertà di associazionismo sindacale e il divieto di qualsiasi forma di discriminazione.

Ebbene, non è raro ritrovare veri e propri colossi della moda schierati in prima linea su temi ambientali, come è altrettanto facile verificare che nell’ambito del rispetto dei lavoratori c’è ancora molto lavoro da fare.

Ha di recente fatto notizia il gigante giapponese UNIQLO, catena di abbigliamento diffusissima in Asia e con diversi negozi monomarca in Europa, cresciuta esponenzialmente anche grazie allo shop online.

Proprio sul sito del marchio è presente una sezione dedicata al tema della sostenibilità, con l’illustrazione di un programma di riciclo di capi di abbigliamento usati, destinati a vari progetti nei paesi in via di sviluppo, oltre a descrizioni  dettagliate sulla scelta di materiali meno nocivi per la produzione tessile e per l’allestimento dei punti vendita.

La Campagna internazionale Abiti Puliti ha però attivato una raccolta firme per un episodio che ha coinvolto UNIQLO nel 2014, quando il marchio improvvisamente ritirò i suoi ordini dalla fabbrica di Jaba Garmindo, in Indonesia.

Tale decisione obbligò in poco tempo la fabbrica a dichiarare bancarotta, con la conseguente perdita di lavoro per le migliaia di operai impiegati, l’80% dei quali costituito da donne. A distanza di anni da quell’avvenimento, quegli impiegati sono ancora in attesa di ricevere da UNIQLO gli stipendi non retribuiti e l’indennità di licenziamento, per un ammontare complessivo che è arrivato a sperare i 6 milioni di dollari.
Il tema RSI resta un cantiere aperto.

Al seguente link è possibile approfondire e firmare la petizione a sostegno dei lavoratori indonesiani:

https://secure.waronwant.org/page/15529/action/1